giovedì 17 luglio 2008

Qualche proposta a Rifondazione per il dopo-Chianciano: ripartire da Carrara

Andiamo alle elezioni europee con il nostro nome, il nostro simbolo e un nostro programma. Impresa ardua, ma possibile. Claudio Grassi (Liberazione 16-07-2008)

Per la prima volta nella storia di Rifondazione Comunista l’esito del nostro congresso registra un risultato che non consegna a nessuno dei documenti che sono stati sottoposti al voto una maggioranza. Per chi conosce questo partito, visto come si erano distribuite le varie anime sui documenti, era facile prevedere questo epilogo. Infatti, al di là dei proclami infelici di “vinceremo” lanciati con alcune interviste all’inizio del congresso, tutti sapevano che la mozione Vendola avrebbe prevalso al Sud, che in questi congressi avrebbero votato molte più persone rispetto alla media e che la mozione Acerbo avrebbe prevalso in larga parte del Centro-Nord. Così è stato. Da questo risultato, che non consegna a nessuno la maggioranza, bisogna ripartire perché a Chianciano si trovi una via d’uscita che eviti la dissoluzione di Rifondazione Comunista.
Prima di avanzare una proposta di percorso vorrei fare anch’io - come hanno fatto altri nei giorni scorsi - alcune valutazioni sui risultati politici e numerici del congresso.
Il fatto più rilevante è che la proposta politica della “costituente della sinistra” non ha ottenuto la maggioranza dei consensi, quindi non può essere riproposta. Lo sottolineo perché per avallarla si è voluto fare un congresso definito «di chiarezza» e a mozioni contrapposte. L’esito è chiaro: il 52% è stato contrario. E’ vero che questo 52% è formato da diverse mozioni, ma è altrettanto vero che pur divergendo su molte cose, su questo punto esse esprimono una comune contrarietà.
La seconda riflessione che vorrei fare è la seguente: la lettura dei risultati delle varie mozioni non può ridursi ad una mera valutazione del numero totale dei voti conseguiti da ciascuna di esse. D’altra parte siamo sempre stati noi, per esempio, a leggere i risultati dei referendum sindacali guardando non solo il dato assoluto - chi aveva vinto e chi aveva perso - ma anche il modo con cui si era vinto e come era collocato territorialmente il voto. Se noi facciamo questo anche per il nostro congresso scopriamo elementi “interessanti”. Accantoniamo la polemica sul tesseramento. Mi limito a sottolineare la contraddizione che emerge dal fatto che il partito, quasi ovunque, si trova in una grave difficoltà politica e organizzativa tale per cui fatica a ritesserare i compagni, mentre in alcune realtà, senza che vi siano motivazioni specifiche, si registra un incremento forte del tesseramento. Ma, a parte questo, nel momento in cui sto scrivendo con il 96,6% dei congressi fatti, quindi a congresso praticamente concluso, la mozione Vendola ha raccolto 20001 voti (46,8%), la mozione Acerbo 17291 voti (40,6%), la mozione Pegolo 3332 voti (7,8%), la mozione Bellotti 1377 voti (3,2%), la mozione De Cesaris 631 voti (1,5%). Cosa succede però nelle strutture territoriali del partito? Il risultato si capovolge! Il documento Acerbo vince in 12 regioni, quello Vendola in 8. Il primo documento ha la maggioranza in 62 federazioni e il secondo documento in 47. Infine, il dato che considero più significativo: su circa 2000 circoli in cui si è svolto il congresso, il primo documento ha prevalso, vincendo in 1000 circoli contro gli 800 del secondo documento. Ciò significa che il documento Vendola prevale perché ottiene più voti, ma questi voti sono concentrati in una minoranza di regioni, di federazioni e di circoli. E’ un fatto politico che non può non essere tenuto in considerazione.
Come uscire da questa situazione? Come evitare che il congresso di Chianciano si trasformi in una contesa distruttiva? Io penso che noi dobbiamo cominciare a ragionare su di un documento politico il più possibile unitario. Una piattaforma politico-programmatica, definita collegialmente da tutte le mozioni, che indichi un programma di lavoro per il prossimo anno, fino alle elezioni europee e amministrative. So che ci sono delle differenze tra di noi e che non è facile tenere assieme posizioni anche molto diverse, ma so anche un’altra cosa. Questo non è un passaggio qualsiasi per il nostro Partito. Siamo fuori dal Parlamento ed è verosimile che ciò perduri per almeno cinque anni, siamo scomparsi dai mezzi di informazione e ci attende un periodo duro per il partito e per il giornale in conseguenza della riduzione drastica dei finanziamenti pubblici. Io penso che in questo contesto o convergiamo tutti in un unico sforzo, salvare e rilanciare Rifondazione Comunista, o la dissoluzione sarà inevitabile.
Dobbiamo provarci. Per questo avanzo alcune proposte che, a mio parere, potrebbero essere gli assi attorno a cui costruire una piattaforma politica e di lavoro per Chianciano. In primo luogo, fin da settembre, è necessario lanciare il Partito all’esterno per costruire l’opposizione politica e sociale al governo Berlusconi. E’ incredibile che, di fronte a tutto quanto sta succedendo, l’unica cosa che sappiamo fare è esercitarci in un dibattito che disquisisce su quante cose sbagliate siano state dette nella manifestazione di Di Pietro a Piazza Navona. Il problema non è questo. Chi è Di Pietro e quale sia la sua cultura lo sappiamo da tempo. Il problema non sono prioritariamente i contenuti o, ancor meno, i toni di quella piazza, ma il fatto che a riempirla sia stato Di Pietro e non noi, perché noi da mesi siamo avvitati in una discussione esclusivamente interna! Allora proponiamo a tutte le forze della sinistra un coordinamento nazionale che si attrezzi da subito per chiamare alla lotta e alla mobilitazione la nostra gente. In secondo luogo dobbiamo procedere nel percorso di unità a sinistra e contemporaneamente nella riforma del nostro partito per combattere quelle degenerazioni a cui abbiamo assistito anche in questo congresso. Per farlo basta una cosa semplice semplice. Prendiamo il documento della conferenza di Carrara, condiviso e votato dalla stragrande maggioranza del Partito, e usiamolo come guida per la nostra azione. Infine chiariamo fin da subito che andremo alle elezioni europee con il nostro nome, il nostro simbolo e un nostro programma. L’impresa è ardua, ma possiamo farcela. Alle elezioni europee non ci sarà più il meccanismo del voto utile e se noi in questo anno sapremo lavorare bene nei territori, potremmo essere noi (e non il Pd, in preda ad una crisi ancor più grave della nostra) ad intercettare il malcontento che inevitabilmente crescerà contro questo governo.
Se si determinasse questo, se alle elezioni europee Rifondazione dovesse recuperare anche solo una parte dei voti persi, ciò potrebbe ridarci fiducia e motivazione e potrebbe riaprire una stagione nuova per Rifondazione Comunista e per tutta la sinistra.

CHIANCIANO, L’OCCASIONE PER RIPRENDERE IL CAMMINO.

di Nando Mainardi - Segretario regionale Prc Emilia Romagna

La mozione Vendola non ha ottenuto – è certo – la maggioranza assoluta del congresso: la proposta della costituente della sinistra non passa.
Per chi ritiene Rifondazione Comunista il soggetto da cui ripartire e su cui investire in prospettiva, questo è – nella tempesta di questa fase – un risultato positivo. Dopo il 13 e il 14 aprile, dopo la scommessa persa del governo Prodi, dopo il deragliamento in campagna elettorale dalle scelte assunte collettivamente attraverso l’evocazione continua del superamento del Prc, non poteva essere un congresso né tranquillo né facile.
Credo però che – a questo punto – “Rifondazione Comunista in movimento” non debba limitarsi a segnare il punto, pure molto importante, della sconfitta della costituente.
E credo che le coordinate politiche presenti nel nostro documento debbano essere ulteriormente sviluppate ed articolate – con uno spirito di ricerca e di confronto - proprio perché in grado di giocare la sfida, oggi ed in prospettiva, dell’egemonia politica del Prc.
Penso alla connessione tra l’identità comunista e la proposta del “partito sociale”, ovvero tra una nuova centralità della contraddizione capitale/lavoro e la costruzione di una nuova mutualità, del rilancio del “fare società”, del lavoro sui territori e sui bisogni sociali.
Non basta scriverlo in una mozione: deve diventare un proposta e un possibile percorso concreto, perché è lungo queste coordinate che può essere giocata e rinnovata la scommessa della rifondazione.
Su queste basi va discussa la nostra organizzazione come Prc, il rapporto centro/periferie, il nostro modo di essere nei territori, i nostri strumenti.
Dobbiamo essere non solo conseguenti a quanto abbiamo deciso a Carrara, ma proseguire la nostra riflessione critica sul come essere comunisti nei processi sociali ed economici del presente.
Se è vero che il capitalismo ha trasformato i territori in “fabbriche a cielo aperto” (penso in particolare al Nord), e cioè ha annullato i confini tra ciò che è luogo di lavoro e di sfruttamento e ciò che non lo è, noi non possiamo rispondere sempre ed ovunque con le stesse forme e le stesse modalità.
Dobbiamo interrogarci sul perché siamo bravi – qualche volta – a parlare e molto meno nel fare.
Penso alla necessità di costruire l’opposizione sociale, e sull’articolazione dei percorsi, dei conflitti e delle vertenze ad essa collegate rilanciare e declinare diversamente l’unità della sinistra di alternativa.
Dobbiamo investire su un’opzione radicalmente diversa dall’opposizione “ombra” del Pd e dal giustizialismo dell’Italia dei Valori: coniugare la denuncia contro la politica dei privilegi e delle leggi “ad personam” (che va fatta con forza) con la necessità di una nuova giustizia sociale – salari e pensioni in primis – e con il nodo della laicità e dei diritti civili.
E’ nell’arco di un periodo ampio che dobbiamo giocare la possibilità di attivare nuove energie e nuove risorse, di incidere sul piano politico e sociale, di condizionare e mettere in crisi i paradigmi riformisti.
Pensare, invece, di assumere come punto di partenza la riproposizione del centrosinistra e di investire sulle divergenze tattiche interne al Pd rischia di riportarci agli stessi errori che ci hanno condotto al 13 e al 14 aprile.
Per provare a mettere in campo tutto questo, quattro giorni di congresso non saranno sufficienti.
Stiamo cercando di muoverci e di camminare, ma non riusciamo a fare un passo: come capita qualche volta in alcuni fastidiosi sogni.
Ora si tratta di svegliarsi e di camminare per davvero. Sarebbe un buon inizio.

lunedì 14 luglio 2008

"Rifondazione Comunista in Movimento" sulla proposta di ritiro immediato degli Assessori dalla Giunta Bernazzoli

COMUNICATO STAMPA “RIFONDAZIONE COMUNISTA IN MOVIMENTO”
Parma, 14 luglio 2008

Con riferimento a quanto riportato dalla Gazzetta di Parma in data odierna, lunedì 14 luglio, in merito alla richiesta di ritiro immediato degli Assessori di Rifondazione Comunista dalla Giunta provinciale approvata nel congresso provinciale del PRC si dichiara che i sostenitori del documento “Rifondazione Comunista in Movimento” (Ferrero-Grassi) non hanno condiviso questa proposta, in quanto non sostenuta da un coerente progetto politico e perché rischia di collocare il Partito in una morsa settaria e minoritaria anche rispetto a quei soggetti politici, di movimento e sindacali, a sinistra del PD, coi quali è necessario ricercare un rapporto unitario.

Nella “strana alleanza” che si è formata in congresso tra una parte della mozione di Vendola, “L’Ernesto” e “Falcemartello”, sono confluiti sia coloro che, animati da risentimenti personali hanno colto l’occasione per ottenere “soddisfazione”, sia coloro che, pur motivando politicamente la loro scelta, sono portatori di opzioni strategiche inconciliabili; come dimostra la votazione di due ordini del giorno tra loro palesemente contradditori. In un documento si parla solo del ritiro dei due assessori, nell’altro di “abbandonare la giunta provinciale (…) serva delle politiche padronali per ricostruire il (…) partito dall’opposizione”. Il contenuto strumentale e avventurista della proposta è parso evidente anche a molti delegati della mozione Vendola, soprattutto a coloro che si confrontano realmente con i problemi dei territori, portando ad una spaccatura di questa componente.

I delegati di “Rifondazione Comunista in Movimento” hanno presentato un documento nel quale la questione della Provincia era inserita in un più ampio progetto politico di rilancio e di rinnovamento del partito a Parma e lo hanno fatto con il massimo spirito unitario, ottenendo sul proprio testo un consenso percentuale superiore a quello raccolto dalla mozione nei congressi di circolo.

Giudichiamo grave anche il metodo con cui si è arrivati a proporre la scelta del ritiro degli assessori dalla Giunta. Mai, nei congressi di Circolo, i componenti della mozione Vendola, hanno posto esso come elemento centrale della loro iniziativa politica sul territorio. Le compagne ed i compagni di Rifondazione Comunista hanno dibattuto della linea nazionale e del proseguimento dell’esperienza del PRC, per questo, “Rifondazione Comunista in Movimento”, ha proposto e chiede che il PRC si impegni in un bilancio serio e non strumentale, sia dell’attività svolta dalla Giunta di centro-sinistra in questi anni, sia dell’azione svolta dai rappresentanti istituzionali del nostro partito in Consiglio e in Giunta. Inoltre chiede di coinvolgere tutti i Circoli del Partito, in modo vincolante nelle decisioni da assumere.

In questa fase il confronto dovrà concentrarsi su alcuni obbiettivi prioritari (ambiente, rifiuti, lavoro, precari, beni comuni e servizi, trasporti, ecc.) partendo dai quali rilanciare l’azione politica del partito a tutti i livelli. Sulla base di questo bilancio e sui risultati concreti raggiunti andrà avviato il confronto sulle alleanze in vista delle prossime elezioni provinciali. “Rifondazione Comunista in Movimento” ha proposto di assumere fin da adesso l’impegno politico affinché il partito sia presente con la propria lista e il proprio simbolo.

Infine si precisa che gli ordini del giorno approvati dal Congresso per avere esecutività dovranno eventualmente essere formalizzati da una votazione del nuovo Comitato Politico Federale. E’ del tutto evidente che gli Assessori si atterranno alla decisione del partito, una volta che questa sia stata assunta dagli organismi titolati a decidere.

Coordinamento parmense della mozione “Rifondazione Comunista in Movimento”

domenica 13 luglio 2008

Congresso PRC di Parma: finisce in rissa lo scontro tra i sostenitori della mozione Vendola

Si è concluso oggi, 13 luglio, il Congresso provinciale del PRC di Parma. Al termine del dibattito sono stati presentati due documenti politici contrapposti. Quello sottoposto dai compagni di “Rifondazione Comunista in Movimento” ha ottenuto il 42,3%, un consenso superiore al 37,7% ottenuto nei congressi di circolo.

Il documento che ha raccolto la maggioranza è stato sostenuto congiuntamente da Falcemartello, dall’Ernesto e dalla mozione Vendola. Questa inedita alleanza ha portato alla spaccatura tra i sostenitori del secondo documento. Una parte ha deciso di non partecipare al voto, alcuni si sono astenuti e altri hanno deciso di votare a favore del documento presentato dai “Rifondazione Comunista in Movimento”. Lo sbriciolamento della mozione Vendola è arrivato fino a provocare lo scontro fisico davanti alla sede del Congresso tra alcuni dei delegati della mozione due. Il tutto davanti allo sguardo allibito del giornalista della Gazzetta di Parma.

Il documento presentato dai sostenitori di “Rifondazione Comunista in Movimento” è stato l’unico a prendere chiaramente posizione contro qualsiasi ipotesi di superamento del PRC, oltre ad affrontare in modo organico e con spirito unitario le questioni locali.

Di seguito riportiamo il testo del nostro documento.



Franco Ferrari

Coordinamento parmense della prima mozione





“Il Partito della Rifondazione Comunista si trova a confrontarsi sul proprio futuro all’indomani di una gravissima sconfitta elettorale che ha portato all’esclusione dal Parlamento dei comunisti e delle forze di sinistra, e dopo una crisi politica determinata innanzitutto dalla profonda delusione per l’esperienza del governo Prodi fra coloro che ci avevano sostenuto. Naturalmente la sconfitta è anche frutto di problemi e di difficoltà di più lungo periodo, di errori di direzione che hanno portato ad un indebolimento del radicamento sociale del partito.



Questa condizione di grande difficoltà si presenta, per qualche aspetto anche aggravata, nella realtà di Parma, come indicano la riduzione del numero degli iscritti, il calo della partecipazione al congresso provinciale, lo stato di difficoltà in cui si trovano molti circoli, il più generale appannamento della nostra iniziativa politica. Questo pur in presenza dello sforzo generoso di molti compagni e compagne affinché il partito sia presente e attivo nelle istituzioni, nei territori, nei conflitti sociali. Il Congresso anche se concentrato innanzitutto sulle scelte di prospettiva generale può e deve essere l’occasione per indicare alcuni elementi di discontinuità politica e organizzativa che consentano il rilancio del partito anche a Parma.



1) Il punto di partenza non può che essere il rifiuto di ogni ipotesi di superamento di Rifondazione Comunista. Si deve respingere con nettezza l’idea che la nostra esperienza politica sia conclusa e che possa essere ormai solo un trampolino per fare altro. Il Partito della Rifondazione Comunista deve continuare ad esistere, e questo impegno vale per l’oggi e per il domani.



2) Perché questo impegno non sia inteso come mera opzione di sopravvivenza occorre mettere in campo un processo reale di rinnovamento che si basi su di un bilancio critico di quanto è avvenuto in questi anni, non solo a livello nazionale ma anche nella nostra realtà, partendo dall’assunzione di responsabilità dei gruppi dirigenti ad ogni livello. Per questo dobbiamo guardare fuori di noi e al nostro interno.



3) Innanzitutto occorre un cambiamento radicale nel modo di essere del Partito a partire dal rifiuto della logica maggioritaria nella sua direzione. Questo ha condotto alla formazione di maggioranze precarie e fragili contrapposte a minoranze chiuse su stesse in una generale incapacità di riconoscere le ragioni reciproche e di far prevalere l’interesse comune di tutto il Partito. Questo Congresso propone di assumere l’obbiettivo della gestione unitaria della federazione unitamente ad una valorizzazione complessiva della democrazia interna. Tutti gli organismi dirigenti provinciali e di circolo e tutti gli strumenti di riflessone e di azione politica che possiamo darci devono essere orientati non alla conta permanente tra le correnti bensì alla produzione di proposte e di azione politica che ci porti fuori dalle sedi di partito, tra la gente, nei movimenti di lotta e ci renda protagonisti del dibattito politico-culturale della società parmense.



4) Dobbiamo assumere un atteggiamento più rigoroso nel rispetto delle regole, non per formalismo burocratico, ma perché esse sono garanzia per tutti del diritto a partecipare e a contribuire al dibattito e alla trasparenza nella formazione delle decisioni. Così come sono necessarie maggiore rigore e maggiore partecipazione nella selezione delle nostre presenze istituzionali, un rapporto più stretto e migliore coordinamento tra queste presenze e il partito nel suo complesso, il pieno rispetto delle regole relative ai contributi economici previsti dallo Statuto.



5) La priorità dei prossimi mesi deve anche essere la ricostruzione e il rafforzamento dei circoli territoriali. Diversi di essi oggi non avrebbero più i numeri per essere statutariamente riconosciuti. Va fatto ogni sforzo perché tutti i circoli attuali possano recuperare la dimensione prevista dallo Statuto e riprendere l’attività politica. Per quanto riguarda la città, dove esiste una debolezza complessiva del partito che ha pesanti conseguenze sul nostro radicamento sociale, è necessario prevedere una razionalizzazione dei circoli attraverso un loro raggruppamento. Altra priorità deve essere l’estensione della nostra presenza sui luoghi di lavoro e nella capacità di organizzare il lavoro precario e migrante.



6) Resta irrisolto il tema della composizione di genere del nostro Partito, in particolare a Parma, nel quale la presenza di compagne è rimasta de tutto marginale da punto di vista numerico. Una sola compagna presente in segreteria, nessuna in direzione, pochissime nel CPF e alla guida dei circoli o nei ruoli istituzionali. E’ evidente che questo è uno dei segnali più macroscopici della nostra inadeguatezza nel rappresentare la complessità della società, dei suoi conflitti e delle sue aspirazioni alla liberazione e al riconoscimento di nuovi diritti sociali e civili. Nuove aspirazioni che hanno trovato nei movimenti femministi, nell’intreccio tra lotta contro il patriarcato e contro il dominio del capitale sul lavoro uno degli elementi più avanzati. L’apertura del partito alla soggettività politica femminile a tutti i livelli è una delle condizioni per avviare un processo di discontinuità rispetto al passato.



7) Il perseguimento di questi obbiettivi può avvenire riprendendo e attualizzando le linee di azione previste nel documento unitario approvato dalla Conferenza di organizzazione provinciale del 2007 che ha consentito al partito di convergere su indicazioni di metodi e obiettivi di lavoro comuni. Quella proposta è rimasta purtroppo inattuata. Oggi dobbiamo riprenderne sia i contenuti che l’ispirazione mettendola a base della pratica politica quotidiana del partito.



8) Dobbiamo lavorare concretamente per costruire l’unità a sinistra, senza mettere in discussione la nostra come l’altrui sovranità e identità, partendo dalla costruzione comune di un’azione di opposizione alle politiche reazionarie del governo Berlusconi, sia sul terreno della legalità che su quello delle politiche sociali. Questa ricerca dell’unità si deve rivolgere sia alle forze politiche che si collocano a sinistra del Partito Democratico, come a tutte le realtà associative e di movimento che esistono a Parma.



9) Non possiamo nasconderci che il rapporto con il Partito Democratico, senza un cambiamento radicale di politica di questa forza che ha compiuto dalla sua fondazione una svolta in direzione moderata e neocentrista, non potrà che essere conflittuale e se necessario anche di aperta lotta politica. Un conflitto che deve mettere al centro i contenuti, senza cadere nel settarismo e quindi senza escludere la possibilità di convergenze nelle lotte di difesa della democrazia e della Costituzione contro il governo Berlusconi (anche se finora il PD si è dimostrato incapace di contrastare la destra anche su questo terreno minimo). Così come non si deve escludere la possibilità, a partire dalla centralità dei programmi, di poter condividere scelte di governo locale. Ciò non deve però andare a discapito della nostra autonomia politica e della nostra capacità di iniziativa.



10) La questione della nostra partecipazione all’Amministrazione provinciale è stata oggetto di dibattito e anche di divisioni politiche non sempre limpide in questi anni all’interno della Federazione di Parma. La proposta di verifica si è trascinata per lungo tempo senza che venissero individuati con necessaria chiarezza i temi sui quali realizzarla, né si è costruita una partecipazione larga del partito a definirne l’agenda. Nel tema del rapporto con l’Amministrazione Bernazzoli si sono intrecciati, a volte strumentalmente, anche elementi di conflittualità interna al partito. Il nuovo CPF dovrà compiere un bilancio serio dell’azione svolta dalla Giunta nel suo complesso in questi anni, dall’adeguatezza del nostro ruolo in Giunta e in Consiglio provinciale e avviare a tal fine un confronto largo con tutto il partito, il cui esito non può prescindere dalla volontà espressa dai circoli territoriali del PRC. In vista delle elezioni del prossimo anno dobbiamo individuare i modi con i quali rilanciare la nostra iniziativa su tutti i temi principali (ambiente, rifiuti, servizi, lavoro, precariato, gestione del territorio, ecc.) al fine di ottenere risultati concreti per i lavoratori e le lavoratrici della nostra provincia. Questo rilancio della nostra azione è la condizione politica necessaria per decidere come presentarci alle prossime elezioni provinciali e con quali alleanze, fatto salvo l’impegno che assumiamo fin da oggi, perché Rifondazione Comunista sia presente con il proprio simbolo e la propria lista.



11) Nell’azione politica dei prossimi mesi dobbiamo mettere al centro i temi sociali e della lotta di classe, a partire dalla difesa del contratto nazionale di lavoro come strumento centrale di garanzia per tutti i lavoratori, ma anche come condizione dell’unità del movimento operaio. Dobbiamo rilevare criticamente che oggi gran parte del sindacato confederale sta accettando una revisione della contrattazione che fa arretrare la condizione dei lavoratori sul piano dei diritti e della democrazia sindacale. Per questo sosterremo tutte quelle componenti sindacali che nella CGIL come fuori di essa si battono per un sindacalismo democratico, conflittuale e di classe. E’ proprio la divisione e la frammentazione del mondo del lavoro ad essere oggi l’obbiettivo di un vasto schieramento che vede in testa la Confindustria, ma che unisce gran parte dello schieramento politico non solo di centro-sinistra ma anche di centro-destra. Recupero salariale, lotta alla precarietà, difesa del servizio pubblico e dei beni comuni: questi sono alcuni dei temi sui quali dovremo sviluppare una iniziativa politica che coinvolga tutto il partito e attorno alla quale dovremo costruire il più vasto schieramento unitario possibile.



12) Anche a Parma si è registrata in questi anni una offensiva “revisionistica” tesa a mettere in discussione i valori della Resistenza e rilegittimare culture di ispirazione fascista e a cancellare la differenza fra chi durante la seconda guerra mondiale si è battuto per l’indipendenza, la libertà e la giustizia sociale, e chi invece a difesa di un regime oppressivo e razzista. Un importante lavoro di difesa della Resistenza, della sua storia e dei suoi valori è stato svolto dal Comitato antifascista. Pensiamo che tutto il partito debba impegnarsi più attivamente su questa battaglia politica e ideale rivolgendola in particolare alle nuove generazioni.



13) Il Congresso di Parma del Partito della Rifondazione Comunista ritiene che esistano le condizioni per il rilancio del nostro partito. Questo richiede un impegno comune che rompa con le logiche dello scontro e della rissa che hanno allontanato tanti compagni e compagne validi dalla nostra organizzazione. Possiamo e dobbiamo lavorare per un più forte Partito della Rifondazione Comunista attorno al quale aggregare una più forte sinistra alternativa e di classe. E’ questa una condizione indispensabile se vogliamo che nel nostro Paese venga sconfitta una destra reazionaria e razzista e si apra un processo di trasformazione sociale e democratica che riproponga nella attualità il tema del superamento del capitalismo e della costruzione del “socialismo del XXI° secolo”.

martedì 8 luglio 2008

I numeri irreali del tesseramento in Calabria

di Nicola Candido, portavoce uscente G.C. Fed. di Forlì

Caro Antonio,

ci conosciamo da tempo e abbiamo mosso assieme i primi passi nel partito (io a Caulonia, tu a Gioiosa Jonica), entrambi nella locride, entrambi nel medesimo periodo. Poi, io, come sai e come tanti altri ragazzi calabresi, sono emigrato, sono andato al Nord, prima, a studiare ed ora a lavorare.

Tu invece sei rimasto in Calabria e hai continuato quelle battaglie di legalità e trasparenza che per tante persone non calabresi è difficile comprendere appieno. La mia riconoscenza, per il tuo impegno, quindi, va al di là dell’appartenenza allo stesso partito-comunità. Mi ricordo le battaglie di noi della locride per una gestione del partito più aperta e libera, di rinnovamento e di forte radicamento sul territorio. Poi, tu sei diventato Segretario provinciale ed assessore in provincia e quando ci si rivedeva, per me era motivo d’orgoglio sapere che finalmente eravamo riusciti a fare la nostra piccola rivoluzione nella federazione, cercando di dimenticare i comitati politici provinciali veramente poco comunisti, dove a volte si è arrivati non solo agli insulti, ma si è rischiato anche allo scontro fisico.

Sono Calabrese, sono della Locride, non credo mi si possa accusare di “leghismo in salsa rossa”, perciò permetterai che io possa avanzare qualche considerazione e qualche critica sulla gestione del partito nel sud Italia, permettimi però anche di abbandonare la retorica e di parlare in modo semplice e schietto. Le cose infatti sono molto semplici, ma non per questo meno gravi e poco rispettose nei confronti degli iscritti del resto d’Italia. Per chi non conosce le battaglie del nostro partito nella provincia di Reggio Calabria è veramente indecoroso e fuori luogo fare degli accostamenti, tra ‘ndrangheta e compagni. Questa però, è un’altra cosa, questa è una battaglia di tutti noi e non riguarda il congresso in atto o il terreno politico sul quale ci dobbiamo confrontare.

Per commentare l’annullamento del congresso del circolo di Reggio vorrei partire da un altro punto di vista, non formale, lo sai, le regole contano se si inseriscono in un contesto condiviso, altrimenti diventano clave con cui battersi senza esclusioni di colpi. Il fatto grave è più sostanziale, più importante, è il tipo di tesseramento che viene effettuato al Sud, e conoscendo un po’ la nostra provincia, i numeri mi sembrano fuori dalla realtà. Basta confrontare gli iscritti delle grandi province come Torino, Milano, Bologna, Reggio Emilia, ecc., con una tradizione di partecipazione ben più copiosa della nostra, per rendersi conto che le cose non vanno. E lo so, non è una questione di mozione.

Io, del resto, la penso come te, il versamento delle quote delle tessere e le procedure formali sono delle mere cavolate, io se potessi le abolirei e metterei come criterio per essere iscritto e votare la partecipazione e il lavoro svolto dentro e fuori al partito. Il dramma della gestione dei tesserati è proprio questo. La realtà rispetto alla forma, la partecipazione concreta rispetto al numero di votanti ai congressi o al numero delle tessere. La maniera con cui si fanno le tessere, per chi non lo sapesse, è semplice. Non è illegale e nemmeno mafioso, figuriamoci.

È clientelare-familistico. Vengono iscritti al partito, dai compagni che effettivamente partecipano o ricoprono degli incarichi, tutti coloro che in qualche modo si conoscono e tutti i familiari, a prescindere dall’effettiva condivisione delle idee e delle pratiche che portiamo avanti. “Un piacere”, come si dice da noi, non si nega a nessuno. Si fa un semplice giro fra tutti i conoscenti e si chiede loro, a titolo personale, amicale, di farsi la tessera perché serve un sostegno per portare avanti le proprie posizioni dentro al partito.

Il meccanismo è semplice e ben oliato. Ovviamente, quasi mai si promettono favori o si degenera nel vero clientelismo affaristico, ma è una sorta di “clientelismo” per riconoscenza personale. Il dramma però è che queste persone vengono solo a votare e basta. Poi non si rivedono più. Il dramma è che quando nel 2007 (alle comunali) sono andato al comizio del compagno Giordano a Reggio Calabria i compagni mi hanno riferito che non c’era nessuno, su centinaia di iscritti, a fare attacchinaggio e che si dovevano pagare dei ragazzi per incollare i manifesti e per distribuire i volantini.

Ecco, caro Antonio, quello che ti contesto è il fatto che si sta “dopando” la vera partecipazione, si sta rendendo il partito plebiscitario e non partecipato. Ti ricordo, come ben conosci, il caso di Seminara dove i voti per la mozione numero 2 sono stati più numerosi di quelli alle politiche per la lista della Sinistra Arcobaleno. E questo sta nel meccanismo, perché fatta la tessera, molte di queste persone, che non hanno un vincolo ideale con il partito né con la Sinistra più in generale, si sentono libere di votare per qualsiasi formazione politica, anche di destra.

Caro Antonio, ho cercato di descrivere, per chiarezza, quali sono i meccanismi che spiegano i numeri veramente incredibili degli iscritti nel sud Italia, certo non credo di possedere la verità, figuriamoci, ma penso sia giusto almeno dissentire rispetto a questo modo di fare politica, lo dobbiamo alle nostre battaglie per la correttezza e la trasparenza dentro al partito fatte in passato, e soprattutto, penso sia doveroso per tutti i compagni che invece partecipano e lavorano concretamente per gli Ideali che portiamo avanti. Io adesso faccio politica a Forlì, una piccola federazione con 390 iscritti, con 5 nuovi tesserati e con solo 125 votanti al congresso, perché i compagni e le compagne sono un po’ schifati della lotta fratricida che sta avvenendo.

La differenza con quella di Reggio Calabria è abissale, voi avevate l’anno scorso 2770 iscritti, chissà quanti quest’anno, ma noi siamo contenti del nostro modo di partecipare e di fare politica. Abbiamo fatto, come nella provincia di Reggio Calabria, 4 feste di Liberazione e tantissime iniziative.

Forse sono ancora un sognatore e un irriducibile visionario, ma un giorno mi piacerebbe fosse il lavoro dei compagni e delle compagne, davanti ai fornelli e in tutte le vertenze territoriali, a contare veramente e ad essere utilizzato come unità di misura per pesare, da comunisti, ogni federazione. Non nego che i problemi in Calabria siano numerosi e che questi si ripercuotano sul partito, ma mi rivolgo agli esponenti principali di tutte le mozioni, smettiamola di utilizzare frasi fatte e slogans e cerchiamo di utilizzare un po’ di sano buon senso, per il bene di tutti e per il bene del partito.

Perché si potrà vincere o meno il congresso, si potranno avere anche migliaia di iscritti, ma dopo la guerra non ci sarà la pace, ma solo il deserto, purtroppo anche di partecipazione.


Di : Nicola Candido
martedì 8 Luglio 2008

domenica 6 luglio 2008

I risultati definitivi dei Congressi di Parma

Con i Congressi di Medesano e Roccabianca- San Secondo che si sono tenuti questa mattina sono completati i congressi di Circolo già effettuati nella Federazione di Parma.

Hanno votato 244 iscritti e iscritte al PRC:

92 si sono espressi per la prima mozione (Rifondazione Comunista in Movimento)pari al 37,70%
56 per la seconda mozione (Manifesto per la Rifondazione)pari al 22,95%
48 per la terza mozione (Cento circoli)pari al 19,67%
48 per la quarta mozione (Svolta operaia)pari al 19,67%
Nessun voto per la quinta mozione.

giovedì 3 luglio 2008

Reggio Calabria centro, un congresso con le tessere fantasma

di Claudio Grassi

Sabato 28 giugno, in qualità di presentatore de primo documento, ho partecipato al congresso del circolo Reggio centro di Reggio Calabria.
Intendo segnalare alla Commissione nazionale del congresso ciò che è avvenuto.
Faccio presente che, assieme al presentatore del quarto documento – il terzo e quinto documento non erano presenti – abbiamo già fatto due ricorsi allegati al verbale del congresso e che allego a questa mia comunicazione.
Il congresso è iniziato alle 18.15 e alle 19 era già finito. Nessun intervento da parte della platea degli iscritt*.
Nessuna forza politica, movimento o rappresentante delle istituzioni era presente in sala ed è intervenuto al dibattito o ha portato un semplice saluto.
Tutto era predisposto perché si votasse al più presto e velocemente.
Trattandosi di un circolo con moltissimi iscritti, circa 400 nel 2007 e con oltre 200 nuovi iscritti fatti nel 2008, mi sono permesso, come suggerisce la circolare n° 18 della commissione di proporre che i nuovi iscritti esibissero la tessera. Mi è stato opposto un rifiuto. A quel punto ho chiesto che formalmente la presidenza del congresso si riunisse. La proposta di far vedere la tessera è stata messa hai voti ed è stata bocciata 5 a 4.
A quel punto sono iniziate le votazioni. Il risultato, se non ricordo male, è stato di 39 voti per il primo documento, 340 per il secondo, zero voti per tutti gli altri.
Ciò che mi preme segnalare alla commissione nazionale è un fatto che giudico gravissimo e che viola tutte le regole congressuali.
Il segretario del circolo ci ha comunicato che lui non ha distribuito e firmato nessuna tessera del 2008. Ovviamente non ha ricevuto nemmeno le corrispondenti quote delle tessere del 2008.
Incredulo di fronte a questa affermazione ho chiesto al compagno Omar Minniti, capogruppo in consiglio provinciale e iscritto al circolo Reggio centro se aveva la tessera del 2008 e se l'avesse pagata. Mi ha detto di no.
Faccio presente che Minniti come tutti gli altri ha votato al congresso ed il suo voto è stato conteggiato. Non ho potuto impedirlo perché non è stato concesso di far vedere la tessera del 2008.
Ho chiesto ad altri compagni e compagne in sala se avessero la tessera del 2008 e se l'avessero pagata e mi hanno detto di no.
Mi hanno detto che diversi di loro manderanno una nota alla commissione.

martedì 1 luglio 2008

I risultati dei congressi

Con il Congresso di Fornovo che si è tenuto ieri sera siamo a 15 congressi di Circolo già effettuati nella Federazione di Parma. Aggiorniamo l'andamento dei risultati.
Hanno votato 151 iscritti e iscritte al PRC:

54 sono espressi per la prima mozione (Rifondazione Comunista in Movimento)pari al 35,8%
32 per la seconda mozione (Manifesto per la Rifondazione)pari al 21,2%
25 per la terza mozione (Cento circoli)pari al 16,6%
40 per la quarta mozione (Svolta operaia)pari al 26,5%

domenica 29 giugno 2008

I dati dei primi congressi a Parma: in testa la mozione Ferrero-Grassi

Con la tornata di questo fine settimana si sono tenuti 14 congressi di Circolo nella Federazione di Parma. A questo punto è possibile avere una prima più significativa indicazione sull'andamento delle preferenze degli iscritti.

Hanno votato 140 iscritti e iscritte al PRC:

44 sono espressi per la prima mozione (Rifondazione Comunista in Movimento)
31 per la seconda mozione (Manifesto per la Rifondazione)
25 per la terza mozione (Cento circoli)
40 per la quarta mozione (Svolta operaia)

sabato 28 giugno 2008

PRC: NEL CIRCOLO DI BERTINOTTI E INGRAO VINCE FERRERO

Vittoria per la mozione Ferrero-Grassi-Mantovani nel congresso del Circolo "Marisa Musu" di Rifondazione Comunista nel quartiere nomentano di Roma. Al Circolo sono iscritti gli ex presidenti della Camera Fausto Bertinotti e Pietro Ingrao. Bertinotti ha partecipato al congresso del Circolo, dove la mozione che sostiene la candidatura di Nichi Vendola alla segreteria e' stata presentata da Alfonso Gianni, ex sottosegretario allo Sviluppo Economico del Governo Prodi e da sempre braccio destro di Bertinotti. La mozione di Ferrero-Grassi-Mantovani e' stata presentata dal docente universitario e leader del '68 nella capitale Raul Mordenti. Alla fine il conteggio dei voti ha segnalato la vittoria della mozione Ferrero-Grassi-Mantovani con 41 preferenze, contro le 7 che sono andate alla mozione Vendola. Nessun voto hanno riscosso le altre tre mozioni congressuali in vista delle assise nazionale di Rifondazione, previste per la fine di luglio.

venerdì 27 giugno 2008

Ricostruire, per non sbagliare di nuovo

l'articolo di Paolo Ferrero pubblicato su Il Manifesto del 27 giugno 2008

Rossana Rossanda ha posto, a proposito del congresso di Rifondazione, delle questioni di fondo su cui vorrei qui ragionare. Mi pare evidente che la sconfitta sia stata determinata in larga parte dal fatto che la sinistra non è riuscita a condizionare il governo Prodi e la maggioranza dell’Unione. Non avendo portato a casa i risultati posti alla base del programma dell’Unione e della campagna elettorale del 2006, abbiamo perso due terzi degli elettori che evidentemente ci hanno ritenuti inutili. La scelta della maggioranza dell’Unione di mediare su tutti i punti di fondo con i poteri forti e di riprodurre politiche di liberismo temperato, senza tener fede al programma, ha determinato la base materiale della vittoria delle destre e ha distrutto la sinistra.

L’errore lo abbiamo fatto lì - e me ne assumo completamente al responsabilità - perché a me pare che la nostra sconfitta nasce da un grave errore di valutazione dei rapporti di forza che ci ha posto in una condizione in cui una mediazione vera non c’è mai stata. Abbiamo pensato fosse possibile intervenire positivamente dal livello politico, del governo, per ottenere risultati che non eravamo in grado di perseguire nella società. Abbiamo sbagliato. Mi è chiaro che mille altri fattori hanno concorso all’esito ma questo è il punto determinante.

Da questa considerazione ne traggo una prima conclusione politica: la sinistra, prima di porsi il tema del governo del paese deve operare per modificare seriamente i complessivi rapporti di forza, sul piano sociale, culturale, politico, pena il ripercorrere esattamente il disastro appena consumato.

La seconda riguarda i rapporti con il Pd. Ritengo positiva l’iniziativa politica di D’Alema, che contrasta il bipartitismo veltroniano in nome di una visione più articolata del centrosinistra. Questa articolazione non va però confusa con una modifica dei contenuti programmatici del Pd medesimo. La prospettiva di D’Alema è quella di allearsi con una «sinistra di governo», cioè con una sinistra che moderi pesantemente la propria linea politica, mentre all’origine della sconfitta vi è proprio quel neoliberismo temperato, che ha deluso il popolo di sinistra e che D’Alema intende confermare integralmente.

Ma la sconfitta sociale, culturale e politica è nata ben prima della sconfitta elettorale e chiede una partenza su basi nuove. In un contesto dove pare spezzato ogni legame tra difesa degli interessi delle classi subalterne, democrazia e trasformazione sociale, occorre ridefinire non solo la linea politica ma ripensare il concetto stesso di politica, che non può continuare ad essere identificata con la rappresentanza. La crisi della politica rende infatti i percorsi conosciuti inefficaci al fine di ricostruire un’alternativa all’attuale barbarie capitalistica. In questo contesto tre mi paiono le emergenze.

In primo luogo, occorre costruire un’efficace opposizione al governo Berlusconi, sia sul piano delle questioni sociali che democratiche. Si tratta di un lavoro indispensabile, su cui siamo già in ritardo, e che non viene svolto dall’opposizione parlamentare che non fa semplicemente nulla. Tragicamente l’assenza di opposizione su questioni decisive come quella del contratto nazionale di lavoro si accompagna ad un minimalismo della Cgil che ci fa rimpiangere ogni giorno quella di cinque anni fa. La sinistra, a partire da chi ha organizzato la manifestazione del 20 ottobre scorso, non deve dividersi tra costituenti di sinistra e comuniste ma unirsi sul costruire l’opposizione, come dopo Genova, anche per evitare che l’intera dialettica del sistema politico sia giocata tra una destra populista che governa e il centro giustizialista di Di Pietro.

In secondo luogo, la pesantezza della sconfitta ci obbliga a ricostruire sui territori un intervento della sinistra che ne riqualifichi l’utilità sociale a livello di massa. In una società che si sente in pericolo, che guarda al futuro con crescente incertezza, che tende a difendersi attraverso la guerra tra poveri, occorre ricostruire un lavoro capillare di vertenzialità diffusa affiancata alla ricostruzione di legami sociali. Occorre ricostruire le basi materiali della sinistra perché o l’insicurezza sociale trova i percorsi per esprimersi in un conflitto del basso verso l’alto, contro lo sfruttamento e le disuguaglianze, oppure l’ideologia di destra della guerra tra i poveri diventa la forma stessa delle relazioni sociali.

Occorre ricostruire una connessione sentimentale con la nostra gente; recuperare il senso profondo di una politica di sinistra costruendo vertenzialità, mutualismo, legami comunitari democratici e solidali; per questo occorre costruire in tutti i territori case della sinistra che mettano in relazioni tutti coloro che si collocano nella variegata galassia della sinistra, a prescindere che si definiscano comunisti, socialisti, ambientalisti o come gli pare. Se non riparte dal basso la sinistra, dopo essere stata espulsa dal parlamento, lo sarà dalla società. Questo percorso è possibile solo in un quadro di progetto politico generale e nazionale, come dice Tronti, evitando però ogni fuga nell’autonomia del politico che è all’origine della sconfitta e che mi pare venga da Tronti - e da una parte di Rifondazione - riproposta.

E’ un lavoro che richiede una grande autonomia politica, culturale e simbolica dal Pd. E’ infatti evidente che il problema non si risolve nell’incalzare da sinistra il Pd ma nel costruire nella società le ragioni e i percorsi di un’alternativa. A tal fine, a me pare che Rifondazione comunista sia utile sia come soggetto politico organizzato che come progetto politico. Rc è il principale soggetto organizzato della sinistra e prima di tutto deve essere riorganizzato, non terremotato. E’ già stata in grado, negli scorsi anni, di costruire uno spazio politico di autonomia dalla sinistra moderata; questo deve essere ricostruito con tenacia, pena la condanna della sinistra ad essere una corrente esterna del Pd. Per tale motivo considero sbagliata la proposta di una costituente di cui è totalmente indeterminato il grado di autonomia reale dal Pd e che Fava propone esplicitamente come funzionale a ricostruire il centrosinsitra.

In terzo luogo, senza la definizione di un universo simbolico forte, che evidenzi anche a quel livello la propria autonomia strategica, non vi è alcuna possibilità di ricostruire una sinistra anticapitalista. Il nodo del comunismo non può quindi essere derubricato a propensione culturale perché nella concreta realtà italiana è fattore necessario, anche se non sufficiente, nella costituzione dell’autonomia del progetto politico. Visto che la prospettiva della Costituente di sinistra porterebbe inevitabilmente tra sei mesi a discutere delle liste alle europee, riproducendo il percorso fallimentare e politicista della Sinistra arcobaleno, mi pare più utile il percorso sopra descritto, che veda da subito il massimo di unità della sinistra impegnata nella costruzione dell’opposizione alle politiche del governo Berlusconi e nella ricostruzione delle ragioni sociali della sinistra.

Paolo Ferrero

giovedì 26 giugno 2008

Fantasie e realtà sulla mozione vendoliana

di Alessandro Cardulli

Apprendiamo che c’è una “fitta rete di dichiarazioni, di prese di posizione, di incontri, di prove di dialogo, in particolare tra il Pd e il Prc”. E dunque vada per le dichiarazioni, che non si negano a nessuno; ma sarebbe interessante capire chi, come, quando, dove e perché (le cinque regole del buon giornalismo) ci sono stati questi incontri di cui parla una fonte insospettabile, un esponente della mozione Vendola, Alessandro Valentini. La rubrica si chiama “ Fuori dalle righe” ed è ospitata da “Rosso di Sera”, il quotidiano on-line che fa capo a Pietro Folena, che ora si firma come “indipendente di sinistra”.

Il Valentini, nei suoi scritti, si dimostra un uomo molto pragmatico, mira al sodo. Ci dice che dal momento che Veltroni ha capito che con Berlusconi ‘non c’e trippa per gatti’, e si avvia un meccanismo di alleanze, “è bene anticipare tutti” mettendo sul mercato Rifondazione. Sarà bene, suggerisce, anticipare Massimo D’Alema e qui ci fornisce una notizia: riferendosi all’ex ministro degli Esteri avanza l’ipotesi che “magari in Puglia ha già fatto un accordo con Vendola, permettendogli di fare il segretario del Prc e nel contempo il governatore”. E siccome Valentini è politico di lungo corso, qualcosa ci deve essere se butta lì un’ipotesi tanto fantasiosa. O no?

Poi parla di incontri di Giordano. Sottolinea l’ipotesi di “ricostituire una coalizione di centrosinistra, dall’Udc alla sinistra, passando per Di Pietro e i socialisti” e che “anche il Prc, dopo Fava e Pecoraro Scanio” ha fatto “qualche passo”. Poi , per non essere frainteso, spiega che “si è mossa la mozione due, quella di Vendola”. E per dare maggior autorevolezza alle “mosse” di Nichi, inventa che la sua mozione “sembrerebbe in testa, addirittura la maggioranza assoluta”.

Ma tutto fa brodo per spiegare che, “forse proprio da questo risultato congressuale positivo che Vendola e Giordano si sono fatti più coraggiosi fino a rendere un po’ meno ermetica la proposta contenuta nella loro mozione congressuale: un soggetto unitario della sinistra, che faccia perno sul Prc”. L’obiettivo : “per le prossime regionali un nuovo centrosinistra”. Si suppone quello che va dal Pd all’Udc, dalla sinistra di Fava a Pecoraro Scanio, passando per la mozione Vendola che, secondo l’autore, ha già vinto il Congresso del Prc.

Poi strizza l’occhio, con l’orgoglio del giornalista che fa lo scoop: “Ovviamente nella mozione Vendola le cose non sono dette in questo modo – scrive il Valentini- non così chiaramente, anzi occorre lavorare molto di interpretazione per poter avere una lettura giusta. Ma dato il clima che vi è nelle altre mozioni del Prc, per cui con i massimi dirigenti del Pd non bisognerebbe prendere neppure un caffè, mi pare già importante che la seconda mozione abbia fatto questo primo significativo passo”. E siccome Valentini non è uomo di molta fantasia, c’è da supporre che non sia tutta farina del suo sacco. Sarebbe interessante conoscere meglio la qualità della farina e da che sacco proviene

giovedì 19 giugno 2008

FERRERO: NORMA SALVA-BERLUSCONI E' PUNTA ICEBERG. SERVE OPPOSIZIONE DI TUTTA LA SINISTRA, - PD COMPRESO - A GOVERNO DELLE DESTRE. MA SU TUTTI I TEMI

Il provvedimento salva-premier che la Pdl ha approvato questa mattina al Senato della Repubblica è una norma vergognosa, illegittima e assunta in palese e totale violazione di ogni minima regola e norma dello stato di diritto e della Costituzione. Bene, dunque, ha fatto l'opposizione di centro-sinistra e in particolare quella del Pd a uscire dall'aula per dissociarsi da tale colpo di mano, un vero e proprio "golpe bianco" come l'hanno giustamente definito alcuni dei principali esponenti del Pd del Senato.

Ecco perché è ora che il Pd si svegli e che si metta, di buona lena, a dare vita a una seria, reale e concreta opposizione a Berlusconi e al suo governo, che ha scoperto subito il suo volto razzista, xenofobo e antioperaio già dai suoi primi atti di governo, ma non solo - come pure è giusto e doverso fare - per difendere l'autonomia della magistratura e la certezza del diritto ma anche a difesa dei diritti conculcati dei lavoratori, ad esempio sulla folle proposta dello svilimento del contratto nazionale di lavoro, e dei cittadini e lavoratori immigrati, che le destre al governo vorrebbero vedere solo in carcere, violando qualsiasi norma di civilità italiana ed europea, oltre che di buon senso. Insomma, l'opposizione - compresa quella targata Pd - è ora che si svegli. E torni dove è giusto che debba stare: non solo cioè nelle aule del parlamento repubblicano, ma anche nella società. Noi del Prc siamo pronti.

Ufficio stampa Prc

Roma, 18 giugno 2008

martedì 17 giugno 2008

Ferrero: “Vendola sbaglia, mai alleati con questo Pd”

Intervista a Paolo Ferrero pubblicata su “il Riformista” del 14/06/2008

Ferrero, tra D’Alema e Bertinotti si parla chiaramente di alleanze. Lei è invece scettico sul Pd
Anche io vedo che nel Pd c’è una diversità di approcci tra D’Alema e Veltroni. Mentre il segretario ha una certa attitudine all’omicidio della sinistra, D’Alema no, come ha mostrato la sua linea sullo sbarramento alle europee. E’ una differenza che apprezzo. Ma non è questo il punto.”

E qual è il punto?
Nei contenuti non ho visto una diversità di approccio su come si fa opposizione a Berlusconi. Il Pd continua a proporre dall’opposizione lo stesso liberismo temperato di quando stava al governo.”

Con Pd, dunque, niente alleanze?
Non col Pd, ma con questo Pd niente alleanze. Trovo strano che Nichi veda le aperture di D’Alema come elemento che deve farci ricostruire le alleanze, mentre il problema è di contenuti politici. Il tema delle alleanze si pone se il Pd cambia linea.

Si spieghi meglio.
“Quando eravamo al governo la politica economica è stata la riduzione del deficit in tempi che più stretti non si poteva: una cosa pazzesca. Coi poteri forti, penso a Confindustria, Vaticano e banche c’è stata mediazione e non è stato rispettato il programma. Basti pensare alla legge 30, ai Dico, alla tassazione delle rendite. Di più: la mancata risposta al milione di lavoratori in piazza il 20 ottobre è stata una delle cause della sconfitta. Mi pare che di questo ci sia una sottovalutazione.”

Allora, da dove si riparte?“Abbiamo subito una sconfitta più grave vissuta dalla sinistra negli ultimi 60 anni dopo essere stati al governo col Pd. La gente non ha capito a cosa servivamo. Da questa situazione non ne usciamo solo ricostruendo la relazione col Pd che è stata la causa della sconfitta. E la proposta che avanza Nichi non fa i conti con le ragioni della sconfitta. Dobbiamo ritornare nella società e ripartire dalla utilità sociale della sinistra. Quelli della Chiesa e dell’esercito sono due esempi chiari.”

La Chiesa e l’esercito?
La Chiesa, dopo la sconfitta ai referendum sul divorzio e sull’aborto, è ripartita dagli oratori, dal lavoro sociale e ha vinto il referendum sulla fecondazione assistita. Ha saputo ricostruire la sua utilità nel sociale e lo stesso ha fatto l’esercito dopo l’antimilitarismo e il pacifismo degli anni ‘70, intervenendo in prima persona nei terremoti del Friuli e dell’Irpinia. L’utilità sociale della sinistra si ricostruisce soltanto con la sua reimmissione nella società. Non è propaganda. Dobbiamo dare risposte concrete alle condizioni materiali della nostra gente. Anche a questo servono le Case della sinistra che noi proponiamo. Il Partito del pomodoro olandese, che abbiamo invitato a un seminario, ha fatto le mense per i poveri. In Italia ci pensa la Caritas. Credo che dobbiamo farle anche noi.

Oltre al Pd lei critica Vendola perché, a suo giudizio, vuole sciogliere Rifondazione.
In italiano la si può girare come si vuole. Ma se si fa una costituente per un nuovo soggetto politico alla fine non c’è più Rifondazione. Fava, che è il vero interlocutore, lo dice chiaramente: il progetto è una sinistra senza aggettivi”.

Lei all’aggettivo comunista non ci rinuncia?
“Dopo le elezioni sono sempre più convinto che dobbiamo tenere assieme il tema del comunismo, inteso come trasformazione sociale, e della rifondazione, ovvero dell’innovazione. I soggetti politici non si improvvisano. Servono riferimenti forti. La costituente di Vendola ricorda quella di Occhetto. Anche Occhetto, quando sciolse il Pci, parlava di un soggetto non più comunista, non più socialista, capace di “andare oltre”, che inseguiva il nuovo. Sono tutti termini che ritornano. Ma quella cosa lì non ha prodotto nulla”.

E la sinistra di governo?
“Io dico, anche al Pd, che si deve ripartire dall’opposizione sociale al governo Berlusconi. Su questo terreno si costruisce la nostra utilità. Il problema del governo si pone dopo che si modificano i rapporti di forza e la cultura egemone nella società. Altrimenti si va al governo ma il potere ce l’hanno gli altri come è già successo”.

domenica 15 giugno 2008

Fissati i primi Congressi dei circoli di Parma

La Commissione congressuale ha fissato il calendario dei primi Congressi di circolo della Federazione di Parma.
Diamo qui l'elenco con i nomi dei presentatori della prima mozione (che potrebbero subire modifiche):

Musci-San Lazzaro (Parma) e Parma Centro-Cittadella terranno il congresso insieme lunedì 16 ottobre alle ore 20,30 in Federazione, presentatore prima mozione: Pier Ettore Ruzzi.

Lenin San Leonardo (Parma) mercoledì 18 giugno, alle ore 20,30 in Federazione. Presentatore prima mozione Filippo Carraro.

Geymonat Montanara (Parma) domenica 22 giugno, alle ore 9,30 in Federazione. Presentatore prima mozione Franco Ferrari.

Colorno, domenica 22 giugno, alle ore 9,30. Presentatore prima mozione Nando Mainardi (segretario regionale PRC).

Vegetti Monchio, domenica 22 giugno, ore 15,30. Presentatore prima mozione Emanuele Conte.

Trecasali, domenica 22 giugno, ore 9,30. Presentatore prima mozione Luca Carraro.

Ferrari Oltretorrente (Parma) Lunedì 23 giugno, ore 16,30 in Federazione. Presentatore prima mozione Pier Ettore Ruzzi.

Neviano martedì 24 giugno, ore 20,30. Presentatore prima mozione: Pier Ettore Ruzzi.

S. Polo Torrile, mercoledì 25 giugno, ore 20,30. Presentatore prima mozione: Franco Ferrari.

giovedì 12 giugno 2008

Tanti mattoni per ricominciare a ricostruire

di Haidi G.Giuliani

"Perchè sostengo il documento 1 Acerbo - Ferrero - Grassi - Mantovani"

Care compagne e cari compagni,

sto vivendo con grande sofferenza, come credo la maggior parte di voi, questo dibattito congressuale. In parte per gli avvenimenti da cui scaturisce: gli errori, le orribili votazioni a cui siamo stati costretti durante la scorsa legislatura, le molte sconfitte e non solo elettorali; in parte per il modo in cui si è deciso di affrontarlo. La scelta di andare al Congresso per mozioni contrapposte, infatti, sta lacerando quanti e quante, con o senza tessera, ancora si riconoscono in Rifondazione comunista. E inquina il confronto, i rapporti personali, la serenità di giudizio con cui, al contrario, dovremmo affrontare un momento tanto difficile nella storia del pezzetto di Mondo in cui viviamo.

Di momenti difficili, in realtà, chi è nato prima della Costituzione ne ha vissuti parecchi. Ma nemmeno negli anni più bui ci siamo sentiti, io credo, così allo sbando. E’ un sentimento pericoloso, che può demotivare le persone, ricacciarle nel privato, all’interno di una cerchia ristretta.

Occorre reagire.

Quando abbiamo aderito alla mozione Acerbo ci è stata rivolta l’accusa di essere quelli rinchiusi nel recinto, appesi a categorie che appartengono al passato, incapaci di riscattarci, di liberarci da simboli e grandi padri.

Io credo, al contrario, che il nostro sia un percorso che parte proprio dall’analisi più cruda della realtà presente.

Ho letto le cinque mozioni, condividendo più o meno ampie parti di ognuna. E arrovellandomi su due questioni: la prima l’ho già detta, riguarda la voluta contrapposizione, sterile, dannosa, funzionale soltanto all’affermazione di gerarchie di partito; la seconda riguarda la base. Di cui, negli ultimi anni, ci si è riempiti tanto la bocca. Benchè non sia mai stata chiamata ad esprimersi sulle decisioni prese, in solitudine, dagli alti vertici. Un compagno ha calcolato che il solo documento Vendola corrisponde a ventiquattro articoli medi di un quotidiano come il Manifesto. La base, appunto, potrà leggere, valutare, confrontare con agio? O piuttosto non le verrà chiesto, una volta di più, di votare per sentito dire, in base al fascino di questo o quell’oratore?

E’ impossibile pensare di poter vincere il berlusconismo utilizzando i suoi stessi strumenti!

Occorre conoscere e saper organizzare i mattoni per rinforzare le fondamenta se vogliamo ricominciare a costruire; proprio perché noi alle case comuni della sinistra ci crediamo davvero; ma, come abbiamo visto, è solo la partecipazione consapevole di tante compagne e di tanti compagni, resi forti da un linguaggio comune, che potrà realizzarle.

Al lavoro.

martedì 10 giugno 2008

Provinciali, “Rifondazione esca dalla visione “governista” che antepone a tutto assetti ed alleanze”

Alice intervista l’assessore provinciale Filippo Carraro (PRC): “Rifondazione comunista è in movimento e vuole riprendersi gli spazi che le sono stati scippati. Sul tema dell’immigrazione è forte il rischio di xenofobia e di “fascistizzazione” della società".

(alicenonlosa.it n.293 del 10/06/2008)

Rifondazione proprio pare non trovare pace... Dopo l'ultimo congresso con 5 mozioni contrapposte, adesso si va verso una resa dei conti. Può illustrare ai lettori cosa sta succedendo dentro il PRC, perché magari non tutti lo sanno…

Nessuna resa dei conti. Il Congresso che Rifondazione si presta ad affrontare implica un processo più complesso di una semplice conta finale.

Siamo usciti dalle ultime elezioni politiche fortemente sconfitti con una conseguenza sul piano sociale rilevante: l’assenza delle forze politiche della sinistra e dei comunisti in particolare dalle Istituzioni Nazionali.

Le ragioni di questa sconfitta saranno alcuni dei temi centrali del Congresso e rappresenteranno l’avvio di un profondo rinnovamento del Partito; certo, avrei preferito, condividendo la proposta di alcuni compagni tra cui Paolo Ferrero e Claudio Grassi, affrontare un congresso unitario che seguisse il metodo di presentazione di un unico documento per tesi emendabili, ma questa linea non è stata condivisa da tutti e, perdendo così un’occasione importante, il prossimo Congresso sarà impostato secondo mozioni contrapposte.

La discussione congressuale che andiamo ad affrontare, avrà una funzione strutturale per il partito, perché è la natura stessa di Rifondazione comunista che è messa in discussione da esponenti che considerano, dopo il crollo elettorale, quest’esperienza in via di esaurimento.

Le opzioni in campo al prossimo congresso sono chiare come mai è successo in passato: rilanciare Rifondazione comunista rafforzandone la sua organizzazione, il suo radicamento e la sua pulsione di “partito sociale”, oppure superarla con l’avvio di costituenti.

Lei che mozione appoggia e perché?

Il mio pensiero e la mia azione si dirigono verso il mantenimento ed il rafforzamento, per l’oggi e per il domani, del Partito della Rifondazione Comunista.

In un momento delicato come questo non si può lasciare spazio a bizantinismi ma è necessario compiere una scelta che sia di salvaguardia di ciò che si è faticosamente si è costruito in 17 anni; il mio appoggio va quindi alla prima mozione, quella che porta la firma di Maurizio Acerbo l’attuale portavoce del Comitato di gestione del partito, di Paolo Ferrero l’uscente ministro alla solidarietà sociale, di Claudio Grassi e Ramon Mantovani insieme ad altri esponenti di rilievo del partito.

Il fatto poi che la I mozione sia risultata quella sottoscritta da un’ampia maggioranza all’interno dei comitati provinciali di tutta Italia indica che il desiderio di mantenere viva Rifondazione è un sentimento largamente condiviso all’interno del partito.

Contestualmente alla “riaffermazione” e il rafforzamento del Partito, nella sua accezione di Rifondazione Comunista, si parlerà di unità della sinistra intesa, però, come movimento che poggia le fondamenta su una richiesta che proviene dalla base della società e non dai vertici di partito, così come fu per la Sinistra Arcobaleno… una coalizione senz’anima.

Quali i principali errori che imputate a Bertinotti in questi anni?

Bertinotti ha sicuramente avuto molti meriti, è fuori di discussione.

L’errore che mi sento di imputargli, questo sì, è stata la sua gestione autoritaria e maggioritaria del Partito che ha determinato fratture e inasprito gli animi innescando un meccanismo perverso di caccia al nemico interno.

A Venezia, allo scorso congresso del PRC, affermò con chiarezza che un voto in più era sufficiente per gestire il Partito e chi non condivideva poteva scegliere di entrare in un altro partito comunista, visto che ce ne sono altri. Da militante e dirigente di questo Partito ho vissuto il vedermi indicare la porta d’uscita come una violenza politica, altro che cultura della ”non violenza”. Perché, pur condividendo la stessa idea di base, avevamo diverse visioni delle sfumature.

Poi c’è il tema della sinistra. Non accetto, e non lo farò mai, di apprendere del futuro mio e del mio Partito attraverso dichiarazioni sulla stampa o nei comizi elettorali: “il partito unico è un processo irreversibile”, “il comunismo, nel nuovo soggetto politico, sarà una tendenza culturale al pari dell’ambientalismo e del femminismo”, ecc. ecc.

Sul tema dell'immigrazione ormai gli italiani appaiono esasperati. La politica del PDL e del PD, per non parlare della Lega Nord, pare assecondare questa tendenza. Gli unici non "sceriffi" apparite voi della cosiddetta "sinistra radicale". Quanto questo nuotare controvento sul tema dell'immigrazione ha contribuito alla disfatta della "Sinistra Arcobaleno" alle ultime politiche?

Il tema non è “nuotare contro corrente”. Oggi, ne sono convinto, il Paese è attraversato da un grave e diffuso disagio sociale. Il proprio posto di lavoro è a rischio, non vi è certezza del futuro, è difficile trovare una casa e, quando la si trova l’affitto, assorbe spesso oltre la metà del salario. Questi elementi, sommati ad altri, determinano una tensione sociale che può sfociare da un momento all’altro in un aumento della conflittualità.

Per questo, a mio avviso, è opportuno concentrare l’attenzione su altro, sulle paure che nascono da questo disagio. Il clima che si è generato, l’attenzione che si è voluta concentrare sull’immigrazione è spropositata rispetto alla portata del fenomeno.

Oggi i fenomeni migratori dal sud del mondo verso il nord sono dettati dalla fuga da situazione di povertà insostenibile e spesso da teatri di guerra, di cui il nord del mondo industrializzato ha spesso anche responsabilità dirette. Immaginate solo che un Paese come gli Stati Uniti consuma più di quanto potrebbe, con un’economia in crisi perché basata sulla presunzione dell’illimitatezza delle risorse; cercherà, anche attraverso lo strumento della guerra, di sostenere la propria economia per il controllo di risorse energetiche e aree geopolitiche di interesse.

Credo, quindi, sia necessario scindere i problemi: c'è il tema dell’illegalità e quello dell’immigrazione, anche perché se li si considera connessi si compie il primo gesto di xenofobia, oserei dire di “fascistizzazione” della società, tanto più che i più efferati atti criminosi non sono legati agli immigrati ma, e questa è una responsabilità che ha anche la stampa, viene data maggiore eco all’evento legato all’immigrazione. Faccio un esempio: due notizie uguali, due incidenti mortali causati da guida in stato di ebbrezza; il primo compiuto da un italiano merita un trafiletto in una pagina interna, l’immigrato il titolone a caratteri cubitali in prima pagina. È così o no?

Sono fermamente convinto che se vogliamo superare la diffidenza verso coloro che sono percepiti come diversi, per le loro culture, i loro credo e religioni, per l’aspetto o altro, dobbiamo avviare una vera fase di integrazione fino a renderli protagonisti delle decisioni politiche col voto.

Chi produce, consuma e quindi concorre al bene comune di un Paese credo debba avere pari diritti, indipendentemente dal luogo di nascita.

Per la sfida delle provinciali del 2009 quali tappe e condizioni vede per Rifondazione Comunista?

Il Partito avrà bisogno di discutere. Capire e analizzare il quadro politico mutato, uno scenario del tutto nuovo da quello delle amministrative che si svolsero quattro anni fa.

Nello scenario attuale c’è un partito nuovo, il Partito Democratico, che, per le politiche che esprime sul piano nazionale, ci pone in una condizione di conflittualità.

Oggi noi affrontiamo il nostro congresso e successivamente il gruppo dirigente che scaturirà da quella discussione avvierà i percorsi che riterrà opportuno.

Auspico che il mio Partito avvii la discussione sulla base di un programma proprio, nato dalla discussione approfondita dei circoli, dei soggetti di movimento e della sinistra e che su l’intesa raggiunta basi il proprio progetto di governo del territorio, valutando le convergenze che questo può creare.

Insomma, partire dai contenuti per discutere poi eventuali contenitori. Questo modo di affrontare il percorso, dal basso, ci mette nella condizione di uscire da una visione “governista” che pone come primo elemento di discussione gli assetti e le eventuali alleanze.

Rifondazione comunista è in movimento e vuole riprendersi gli spazi che le sono stati scippati, vuole essere un utile strumento sociale.

Un Partito sociale come connessione con la nostra classe di riferimento, il nostro popolo.


Andrea Marsiletti

Quale Sinistra?

La lettura delle tante interviste, sia di esponenti del Prc (e rigorosamente dell’area vendoliana) sia di svariati esponenti politici di altri partiti (Fava e Vita, per citarne solo due), mi solleticano qualche riflessione.

Da quando faccio politica una domanda che mi sono sempre posta prima di compiere delle scelte è ‘a chi giova?’, vale a dire risponde allo scopo di cambiare il mondo - unica ragione per cui valga la pena darsi ‘anima e core’ alla politica – o almeno ci aiuta a migliorare le cose oppure no?

Anche prima della scelta di quale documento sostenere a questo congresso mi sono fatta la stessa domanda: a chi giovano, rispettivamente, le due impostazioni dei due documenti a me più vicini?

Ciò che non mi convince del documento di Vendola è che non capisco a chi giovi se non ad una classe politica e intellettuale che cerca – per carità, legittimamente! – di ‘mantenersi’. La proposta del “Manifesto per la Rifondazione” mi ricorda un po’ una proposta di disperazione: insomma il dramma elettorale pare aver fatto su questi compagni l’effetto che fa su un formicaio un getto d’acqua: tutti a correre istericamente sperando che con il semplice muoversi si possa trovare una soluzione.

Peccato che la soluzione prospettata non risponda alla scelta di essere innovatori nella radicalità e radicalmente innovatori. Insomma, pare che la paura di sparire dalle istituzioni ci faccia scegliere la via delle unioni di fatto improbabili, per cui ben vengano le sponsorizzazioni di Fava o di Vita e chisseneimporta se per averle dobbiamo rinunciare a dire esplicitamente che noi siamo contro il sistema capitalistico esistente.

Il problema però è proprio che nel non avere il coraggio di nominare le cose si finisce con il farle sparire. E mi sembra incredibile dover essere io a dire questo a compagni e compagne che prima di me hanno vissuto nel movimento glbtq, dove dal nominarsi partiva la lotta di liberazione.

Oggi sentire qualcuno che ci invita a fare “velocemente” la Sinistra perché così sa “con chi parlare” (Vincenzo Vita su Left) o perché sono nati per creare un nuovo soggetto della Sinistra (Fava), mi pare quanto meno offensivo.

Credo sia necessario creare una Sinistra unitaria e plurale, ma anche radicale e rivoluzionaria. E per questo, citando quanto diceva Maurizio Acerbo alla presentazione regionale del documento a Bologna, forse è meglio non correre all’impazzata non sapendo dove si va ma rallentare, continuando a camminare domandando e interrogandoci, come l’esperienza zapatista avrebbe dovuto insegnarci.

Per questo credo che non sia un dramma scegliere la via del radicamento sociale, della radicalità nell’esprimere il nostro modo di far politica che deve essere radicalmente altro da quello di chi ritiene che nelle pieghe di questo sistema si debba vivere ma non farlo “saltare”: non bisogna temere di dire che per noi l’anticapitalismo come l’antifascismo, la laicità, o la differenza di genere, o la nonviolenza, o l’ambientalismo sono pezzi di noi attraverso cui esprimiamo una proposta politica altra, per proporre un’alternativa di società.

In questa fase più che mai bisogna avere il coraggio di non negare la propria radicalità. Il nostro scopo non può essere fare il lato sinistro delle e nelle istituzioni. La nostra azione va pensata nella vita ‘normale’, non solo nelle stanze più o meno chiuse dove si incontrano élite politica e intellettuale.

Forse più che Case della Sinistra dovremmo costruire delle ‘Piazze della Sinistra’, tanto per non rischiare di passare da una dirigenza di Partito ad una dirigenza ‘intellettuale’. O magari basta ricordarsi di tenere porte e finestre aperte, perché chiunque possa entrare ed uscire come e quando vuole, con la libertà dei movimenti e la serietà di una comune.

Elisa Corridoni

sabato 7 giugno 2008

La "cessione di sovranità" e il nuovo "soggetto politico unitario" aprono la strada al superamento di Rifondazione

Nel dibattito precongressuale di Rifondazione è emerso il tema del possibile "superamento" o "scioglimento" del partito. La componente che si riconosce in Vendola rifiuta l'accusa di voler sciogliere il PRC. Nonostante le negazioni contenute nel documento congressuale e nelle recenti dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia, nel testo sottoposto al dibattito congressuale vi sono diversi passaggi che confermano che proprio quello è l'esito della proposta politica avanzata.

Naturalmente vanno individuati in un testo confuso e prolisso ma ad una lettura attenta questi elementi emergono con grande chiarezza. Provo a metterli in fila.

Cessioni di sovranità. Al punto 4a (pag. 23 del fascicolo con i documenti congressuali, supplemento di Liberazione) si dice: "Dobbiamo sapere avviare libere cessioni di sovranità per determinare orientamenti e decisioni e a partire da qui sperimentare l'unità e la condivisione dei compiti aprendovi gli stessi processi di formazione di nuovi gruppi dirigenti". Cedere la sovranità vuol dire che alcune scelte politiche non saranno più disponibili agli iscritti di Rifondazione Comunista e ai suoi organismi ma passeranno ad altre sedi.

Nuovo soggetto politico. Nell'introduzione della parte 4 (pag. 23) si definisce quale sia l'obbiettivo del processo costituente: "Un nuovo soggetto politico, che sia unitario sul piano politico e plurale su quello delle culture e delle esperienze che lo compongono". Quindi si definisce in questo caso con chiarezza che l'obbiettivo è dar vita ad "un nuovo soggetto politico". Si precisa, e questo va letto con grande attenzione e sottolineato, che la pluralità del soggetto riguarda solo la sfera delle culture e delle esperienze ma non quella della decisione politica.

Non può essere un federazione. A rafforzare questo carattere di soggetto politico unitario si ripete più volte che non può essere una federazione. Sempre nella stessa pagina si scrive perché: "un modello federativo non supera il suo limite di fondo, perché non scioglie la questione della decisione politica e della sua rideterminazione in una pratica che non la mantenga più, per quanto nascostamente, sotto l'assoluta sovranità dei gruppi dirigenti dei singoli soggetti partitici". La frase è contorta ma il senso è chiaro. La "federazione" non va bene perché non consente di sottrarre la decisione politica ai singoli partiti che la compongono. Torna quindi il tema della cessione di sovranità come cardine di tutto il processo.

"Una testa, un voto". In un altro passaggio del documento collocato in un contesto diverso (pag. 18) ma che deve essere letto in connessione con gli altri che ho citato sopra, torna ancora il tema della "decisione politica" la quale deve essere fondata sulla base del principio "una testa, un voto". Difficile contestare la validità del principio in sé, ma è evidente che nel contesto della proposta politica avanzata si confermi la necessità di spostare nel "nuovo soggetto unitario" la sede della scelta politica. Questo presuppone che al nuovo soggetto si aderisca individualmente e non attraverso la partecipazione ai soggetti organizzati che lo costituiscono (altrimenti si tornerebbe alla aborrita "federazione"). Detto semplicemente: un iscritto di Rifondazione potrà contribuire alle scelte del "nuovo soggetto politico" solo aderendovi individualmente. Altrimenti resta iscritto ad un Partito che nel frattempo avrebbe perso sovranità e quindi subirà scelte che verranno assunte al di fuori del partito stesso.

"Soggetto politico unitario", "cessioni di sovranità", "una testa, un voto", sono tre opzioni che, tra loro concatenate, determinano lo svuotamento di fatto del ruolo di Rifondazione Comunista. Non ci sarebbe bisogno di procedere ad alcuno scioglimento formale perché ne resterebbe solo un guscio vuoto.

Al suo posto nascerebbe il "soggetto politico unitario" che sarebbe nei fatti, e comunque lo si voglia travestire, un altro partito. Come diceva una vecchia storiella: se incontro un animale che cammina a quattro zampe come un cane, abbaia come un cane e scodinzola come un cane, è molto probabile che sia proprio un cane.

Franco Ferrari

mercoledì 4 giugno 2008

FERRERO, PRC: TUTTI GLI ALTRI PARTITI RISPETTINO DIBATTITO INTERNO PRC

Dichiarazione di Paolo Ferrero, esponente Prc.
“Gli altri partiti, della sinistra o di centro-sinistra che siano (dal Pd al Pdci), e i loro esponenti politici (da D’Alema a Diliberto), dovrebbero farci, tutti, un solo, grande, piacere: rispettare il dibattito interno che Rifondazione comunista sta svolgendo, in vista del suo VII congresso, in modo libero e democratico. Insomma, se questi partiti e i loro autorevoli esponenti si astenessero da fare commenti - favorevoli o negativi - verso questo o quello esponente e posizione interna al Prc non farebbero un soldo di danno. Rifondazione non è terreno di caccia per nessuno, ma solo un partito che, per quanto mi riguarda, vuole e deve continuare a esistere nella sua autonomia politica e organizzativa, pur discutendo e tanto al suo interno. Sappiamo e sapremo farlo da soli, senza bisogno e necessità di consigli e consiglieri”.

martedì 3 giugno 2008

Un confronto tra culture politiche

di Alberto Burgio
su Liberazione del 03/06/2008

Qualcuno, anche nel Partito, ama rappresentare il nostro dibattito congressuale come una faida. E fa perciò largo dispendio di accuse e caricature. Non è bello ma non meraviglia. Anche questo è un portato della crisi. E’ tuttavia un peccato, per una ragione ben precisa: lo scambio di accuse oscura quanto di più interessante c’è in questo confronto.
Io sono tra quanti ritengono che il principale tema politico del Congresso sia: salvare o sciogliere Rifondazione Comunista? Trovo perciò molto discutibile (anche se credo di comprenderne le ragioni) che cerchi di rimuovere questo tema proprio chi, prima del disastro del 14 aprile (e persino dopo), si è mosso con determinazione lungo l’”irreversibile” percorso del “superamento” del Partito, salvo poi vedersi costretto a frenare dalla disfatta elettorale. Penso però che questo tema, indubbiamente cruciale, non esaurisca la discussione congressuale e forse non ne costituisca nemmeno il cuore.

Benché possa sorprendere, l’essenziale è il confronto tra diverse culture politiche. Proprio per questo la polemica dei sedicenti “innovatori” contro i cosiddetti “identitari” (cioè tra chi attribuisce a se stesso il monopolio dell’innovazione per affibbiare agli altri la patente di conservatori intenti alla difesa di “simboli e bandiere”), questa polemica, già sperimentata in occasione della Bolognina, non è soltanto futile. E’ anche autolesionista. Poiché impedisce di vedere come l’aspetto nobile di questa nostra discussione consista precisamente nel suo coinvolgere problematiche cruciali nel travaglio di una sinistra sconfitta anche perché incerta e fragile sul terreno della propria cultura politica. Suggerirei pertanto a Nichi Vendola di rinunciare a battute che fanno torto alla sua sensibilità. Non ci sono tra noi “mini-culture”: ci sono culture in parte diverse tra loro. Ed è un bene che esse si confrontino, poiché da questa drammatica sconfitta si potrà uscire soltanto discutendo senza arroganza, evitando di irridere le posizioni degli avversari o di chi semplicemente la pensa in modo un po’ diverso.

Vorrei fare, telegraficamente, due esempi di queste differenze di cultura politica, limitandomi - per ragioni di spazio - alle prime due mozioni (chiedo scusa per ciò ai firmatari delle altre, con cui pure mi interesserebbe discutere).
La mozione Vendola avversa la tesi della centralità di un determinato terreno di conflitto e nega quindi che si possa “ancora” puntare su una “contraddizione principale”. Non c’è di che scandalizzarsi. Intere culture critiche si sono sviluppate sulla base della teoria della simmetria tra le contraddizioni e della loro reciproca autonomia.
Sta di fatto che (con buona pace di chi ritiene le prime due mozioni “sovrapponibili”) tale posizione è antitetica a quella sostenuta nella mozione Acerbo, secondo la quale «il progetto della rifondazione comunista» si rifà a «un filone politico qualificato dal tema della rivoluzione, intesa come superamento del modo di produzione capitalistico». Qui, con tutta evidenza, si ribadisce la centralità della contraddizione capitale-lavoro e si insiste sulla funzione decisiva del conflitto di classe (la nozione di “classe” rinviando alla divisione sociale e internazionale del lavoro): non certo per negare la rilevanza e la relativa autonomia dei diversi terreni di conflitto (genere, diritti civili, ambiente, istituzioni, guerra ecc.), ma per affermare la necessità di un organico quadro di riferimento teorico e pratico, la cui coerenza complessiva è assicurata precisamente dalla funzione sovraordinatrice del modo di produzione dominante. Non si tratta - come potrebbe sembrare - di astrazioni, ma di una concreta opzione politica, che impone di riservare al conflitto sociale e di classe più attenzione di quanta non ne abbia forse ricevuto in questi anni.

L’altro esempio (connesso al primo) riguarda la grande questione dell’egemonia e della coscienza di classe. La mozione Vendola dichiara disperso il nesso tra “condizione sociale” e “adesione politica”, e con ciò sembra ritenere non più attuale la battaglia per costruire l’egemonia su basi di classe. Proprio questa battaglia costituisce invece il criterio-guida nella concezione dell’opposizione alle destre prospettata nella mozione Acerbo, che propone al Partito di concentrare i propri sforzi per ricostruire la connessione tra orientamento politico e condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari. Collocandosi decisamente nel solco della ricerca teorica di Gramsci e dello stesso Marx (se è vero che un tema centrale del Manifesto del partito comunista è precisamente la trasformazione dei “proletari” in “comunisti”).

Come si vede, è in corso tra noi un dibattito importante. Che dice come in tutti questi anni dentro Rifondazione Comunista abbiano vissuto varie culture politiche, tra le quali è bene si sviluppi nel Congresso un confronto franco e leale. Di queste cose stiamo discutendo in realtà. A guardar bene, infatti, anche le diverse idee su che cosa fare del nostro Partito e su come costruire l’unità a sinistra sono strettamente legate a opzioni teoriche diverse: alle differenze di cultura politica tra chi continua a pensare in termini di lotta di classe e di impegno rivoluzionario per superare il capitalismo, e chi imposta altrimenti i temi del conflitto e della trasformazione.

sabato 31 maggio 2008

CPF di Parma: il documento Ferrero-Grassi al 53%

Giovedì scorso si è tenuto il Comitato Politico Federale di Parma per la presentazione delle mozioni in vista del VII Congresso. I presenti hanno dichiarato la propria adesione ai diversi documenti. Sono state date altre ventiquattr'ore di tempo ai componenti dell'organismo per far pervenire la propria sottoscrizione.

Nel complesso 49 componenti del CPF hanno dichiarato la propria scelta con questi risultati:

Documento 1 (Acerbo-Ferrero-Grassi-Mantovani) 26 adesioni pari al 53,1%
Documento 2 (Vendola) 6 adesioni pari al 12,2%
Documento 3 (Area Ernesto) 9 adesioni pari al 18,4%
Documento 4 (Falcemartello) 8 adesioni pari al 16,3%

lunedì 26 maggio 2008

Assemblea pubblica di presentazione della mozione n. 1 del PRC

Rifondazione Comunista in Movimento.
Rilanciare il partito, costruire l’unità a sinistra e rafforzare l’opposizione sociale alle destre

Con CLAUDIO GRASSI e ALFIO NICOTRA
della Commissione nazionale di gestione del Partito

Sala Civica Il Tulipano

Via Marchesi, 6 Parma

Mercoledì 4 giugno ore 20,30

Partecipate

sabato 24 maggio 2008

Convocato il CPF di Parma per la formazione della Commissione congressuale

E’ convocato il Comitato Politico Federale per il giorno Giovedì 29.05.2008, ore 20.45;


Ordine del Giorno:

- Deliberazione su richiesta di costituzione di nuovo Circolo tematico-aziendale.

- Presentazione dei documenti-mozioni Congressuali

- Composizione Commissione per il Congresso. (Ai sensi del Regolamento per il VII Congresso del Partito della Rifondazione Comunista approvato del CPN del 10/11 maggio 2008, punto 5°)

venerdì 23 maggio 2008

Il documento approvato dal CPF di Parma


Parma, 8 maggio 2008

L’esito delle elezioni del 13 e 14 aprile apre, indubbiamente, uno scenario nuovo ed inquietante nel panorama politico italiano. La destra populista e demagogica di Berlusconi ottiene una vittoria netta, suffragata da un largo consenso anche nei ceti popolari. Nel Nord Italia le spinte xenofobe, ben rappresentate dalla Lega, sfondano in fasce della società che fino all’altro ieri avevano come riferimento la sinistra; la Lega raddoppia al Nord i suoi consensi mietendo voti fra i lavoratori e i fra le classi socialmente più deboli. Il panorama politico del Nord Italia ne esce stravolto, profondamente mutato, inesorabilmente polarizzato a destra.

In questo contesto la sinistra, che geneticamente e culturalmente si definisce unica e vera forza opposta ed antagonista alla destra, non è più rappresentata in Parlamento. La sinistra non ha saputo trasmettere ed il Paese non ha saputo riconoscere l’utilità ed il ruolo che la sinistra ha e deve avere nel contesto politico, istituzionale e sociale italiano. La sinistra ha fallito perché ha perso il contatto ed il rapporto con il paese reale, in particolare con le lotte ed i movimenti, disattendendo anche gli obiettivi prioritari che si era posta all’atto dell’ingresso nell’alleanza di governo con il centro-sinistra ossia quelli di invertire la tendenza delle politiche economiche e sociali degli ultimi due decenni e di contrapporsi alle derive centriste e conservatrici radicate nella coalizione governativa. Nella sua partecipazione al governo la sinistra si è smarrita, ha smarrito la sua identità, anzi, ha fatto sì che questa identità e diversità divenisse un problema per sé e per i suoi interlocutori sociali preferenziali piuttosto che fonte di arricchimento per la politica del governo.

La sinistra sparisce dalle istituzioni perché soffocata dalle sue contraddizioni e strangolata dalla logica del bipolarismo, rispetto alla quale non ha saputo affrancarsi aprendo un dialogo diretto con i cittadini e con la società. Il risultato è catastrofico. La sinistra mancherà nelle istituzioni in un momento in cui le principali problematiche sociali, quali precarietà, casa, salari, aggressione del territorio e le preminenti problematiche politiche, quali militarizzazione e subalternità europea alla nuova aspirazione imperialista su scala planetaria degli Stati Uniti, andranno certamente ad esplodere in tutta la loro drammaticità.

Di fronte al pericolo che da questa sconfitta si generi una crisi profonda nella sinistra ed in particolare all’interno di Rifondazione Comunista che porti ad una disgregazione del tessuto militante e della struttura partito, dobbiamo necessariamente contrapporre un percorso virtuoso che sappia preservare l’identità storica e ideologica del Partito della Rifondazione Comunista , che sappia ricostruire un senso di appartenenza collettivo ed un’identità unitaria e sappia, infine, riaprire il dialogo con la società.

Per questo è necessario riaffermare l’identità del PRC come soggetto necessario per la ricostruzione della sinistra in Italia. Un soggetto che si doti di un progetto politico, culturale e sociale che sappia riattivare le istanze del Partito, il tesseramento e l’iniziativa, che sappia ridare fiducia e speranza alle donne e agli uomini che hanno contribuito, con il loro lavoro e con la loro militanza, al consolidarsi di un senso comune di appartenenza e comunità. Un senso comune che non può e non deve essere intaccato da ipotesi di scioglimento o superamento.

Il PRC, inoltre, deve porsi l’obiettivo di ricostruire la struttura ed i tessuti connettivali della sinistra italiana. Una ricostruzione che deve, però, evitare di frammentare la sinistra ma deve cercare di aggregarla, seppur partendo da identità distinte e differenti, di tutti quei soggetti che vivono e praticano “sinistra” nella società: i partiti, i movimenti, le associazioni, la militanza sindacale, i comitati, le rappresentanze territoriali e locali, le vertenze ambientali. Questo processo di aggregazione deve assolutamente evitare il pericolo di spaccatura insito nelle proposte di costituente della sinistra da una parte e di costituente comunista dall’altra. La costruzione del percorso di riaggregazione della sinistra va, invece, aperta alla discussione libera, trasparente e democratica durante il percorso congressuale.

Ci opponiamo, pertanto, a chi vede strumentalmente nell’esito delle elezioni nazionali un pretesto per una resa dei conti sommaria a livello locale, senza nessuna prospettiva o progetto politico chiaro e trasparente ma al solo scopo di sostituirsi faziosamente all’attuale dirigenza di Federazione, pur essendo questa ormai alla fine del proprio mandato dovendosi aprire a giorni la fase congressuale.

Riaffermiamo con forza la necessità di riportare il dibattito politico interno nei percorsi democratici statutariamente definiti relegando al ruolo di presenze spurie coloro che considerano dibattito politico le proprie esternazioni personali sugli organismi di stampa, coloro che considerano democrazia interna il portare a conoscenza dell’opinione pubblica decisioni mai prese e deliberate dagli organismi democratici del Partito e coloro che si arrogano il diritto parlare e decidere nelle istituzioni a nome e per conto dei compagni tutti.

Chiediamo pertanto al Comitato Politico Federale del Partito della Rifondazione Comunista di Parma di riaffermare il diritto dei compagni di percorrere la fase congressuale come statutariamente previsto portando il mandato dell’attuale segreteria sino all’insediamento della commissione congressuale federale.

Riaffermiamo, inoltre, l’imprescindibilità del fatto che il dibattito congressuale si svolga attraverso percorsi e con gli organismi e i regolamenti che lo Statuto del nostro Partito ha definito essere quelli legittimi per un confronto di idee aperto, leale, democratico, rispettoso delle diversità, che sappia produrre idee nuove e proposte politiche per la società e sappia costruire una identità comune che sostanzia e rafforza la nostra azione: in una parola che sappia produrre Comunismo.

Immigrazione: costruiamo la mobilitazione contro le politiche folli, stupide e crudeli delle destre.


di Roberta Fantozzi

L’introduzione del reato di immigrazione clandestina è un’aberrazione giuridica ed umana. Significa affermare che persone che non hanno altro torto che quello di cercare di costruirsi un futuro, scappando da situazioni spesso di estrema deprivazione, devono finire in galera per quest’unico motivo. Ed è tanto più grottesca nella situazione italiana in cui per poter entrare legalmente nel nostro paese teoricamente gli immigrati dovrebbero essere assunti - mentre si trovano ancora nel paese d’origine - da un’impresa o da una famiglia che non li ha mai visti né conosciuti.

Essendo questo meccanismo manifestamente impraticabile come è noto la stragrande maggioranza di coloro che oggi risiedono regolarmente in Italia, sono entrati come clandestini e si sono poi regolarizzati con una delle periodiche sanatorie o con quelle sanatorie camuffate che sono i decreti flussi. Fosse stata in vigore il reato di clandestinità quasi tutti gli oltre 3 milioni di immigrati che oggi vivono e lavorano in Italia sarebbero dovuti finire in carcere! Invece di regolarizzare chi manda avanti le nostre famiglie con il proprio lavoro di cura, chi raccoglie la frutta e verdura che mangiamo, chi costruisce le case in cui viviamo, quasi sempre in condizioni di sfruttamento estremo, il governo Berlusconi vuole mettere tutti in carcere. Una scelta tanto crudele quanto totalmente irrealizzabile.

L’unica notizia positiva sono le molte reazioni che ci sono state, dei sindacati, delle associazioni laiche e religiose, di esponenti politici. Va costruita una risposta subito di iniziativa e di mobilitazione alle politiche gravissime delle destre. Questo è per noi un impegno prioritario