La lettura delle tante interviste, sia di esponenti del Prc (e rigorosamente dell’area vendoliana) sia di svariati esponenti politici di altri partiti (Fava e Vita, per citarne solo due), mi solleticano qualche riflessione.
Da quando faccio politica una domanda che mi sono sempre posta prima di compiere delle scelte è ‘a chi giova?’, vale a dire risponde allo scopo di cambiare il mondo - unica ragione per cui valga la pena darsi ‘anima e core’ alla politica – o almeno ci aiuta a migliorare le cose oppure no?
Anche prima della scelta di quale documento sostenere a questo congresso mi sono fatta la stessa domanda: a chi giovano, rispettivamente, le due impostazioni dei due documenti a me più vicini?
Ciò che non mi convince del documento di Vendola è che non capisco a chi giovi se non ad una classe politica e intellettuale che cerca – per carità, legittimamente! – di ‘mantenersi’. La proposta del “Manifesto per la Rifondazione” mi ricorda un po’ una proposta di disperazione: insomma il dramma elettorale pare aver fatto su questi compagni l’effetto che fa su un formicaio un getto d’acqua: tutti a correre istericamente sperando che con il semplice muoversi si possa trovare una soluzione.
Peccato che la soluzione prospettata non risponda alla scelta di essere innovatori nella radicalità e radicalmente innovatori. Insomma, pare che la paura di sparire dalle istituzioni ci faccia scegliere la via delle unioni di fatto improbabili, per cui ben vengano le sponsorizzazioni di Fava o di Vita e chisseneimporta se per averle dobbiamo rinunciare a dire esplicitamente che noi siamo contro il sistema capitalistico esistente.
Il problema però è proprio che nel non avere il coraggio di nominare le cose si finisce con il farle sparire. E mi sembra incredibile dover essere io a dire questo a compagni e compagne che prima di me hanno vissuto nel movimento glbtq, dove dal nominarsi partiva la lotta di liberazione.
Oggi sentire qualcuno che ci invita a fare “velocemente” la Sinistra perché così sa “con chi parlare” (Vincenzo Vita su Left) o perché sono nati per creare un nuovo soggetto della Sinistra (Fava), mi pare quanto meno offensivo.
Credo sia necessario creare una Sinistra unitaria e plurale, ma anche radicale e rivoluzionaria. E per questo, citando quanto diceva Maurizio Acerbo alla presentazione regionale del documento a Bologna, forse è meglio non correre all’impazzata non sapendo dove si va ma rallentare, continuando a camminare domandando e interrogandoci, come l’esperienza zapatista avrebbe dovuto insegnarci.
Per questo credo che non sia un dramma scegliere la via del radicamento sociale, della radicalità nell’esprimere il nostro modo di far politica che deve essere radicalmente altro da quello di chi ritiene che nelle pieghe di questo sistema si debba vivere ma non farlo “saltare”: non bisogna temere di dire che per noi l’anticapitalismo come l’antifascismo, la laicità, o la differenza di genere, o la nonviolenza, o l’ambientalismo sono pezzi di noi attraverso cui esprimiamo una proposta politica altra, per proporre un’alternativa di società.
In questa fase più che mai bisogna avere il coraggio di non negare la propria radicalità. Il nostro scopo non può essere fare il lato sinistro delle e nelle istituzioni. La nostra azione va pensata nella vita ‘normale’, non solo nelle stanze più o meno chiuse dove si incontrano élite politica e intellettuale.
Forse più che Case della Sinistra dovremmo costruire delle ‘Piazze della Sinistra’, tanto per non rischiare di passare da una dirigenza di Partito ad una dirigenza ‘intellettuale’. O magari basta ricordarsi di tenere porte e finestre aperte, perché chiunque possa entrare ed uscire come e quando vuole, con la libertà dei movimenti e la serietà di una comune.
Elisa Corridoni
martedì 10 giugno 2008
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